Dall’11 al 16 novembre a Roma presso la FAO si tiene la riunione dell’Organo di governo del Trattato sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione (www.planttreaty.org): è l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di stabilire politiche e regole per la gestione e lo scambio di quelle che chiamiamo risorse genetiche vegetali, cioè le sementi conservate nelle banche ex situ.

Uno dei temi più caldi in discussione sono i diritti degli agricoltori, definiti nell’articolo 9 del Trattato: malgrado siano passati oltre quindici anni dalla sua entrata in vigore, manca una loro chiara definizione e di conseguenza la messa in pratica da parte degli Stati. O meglio, esistono da tempo esperienze e buone pratiche a riguardo, ma i Paesi sviluppati fanno finta di non sentire da quest’orecchio e si battono per non avere linee guida vincolanti a livello internazionale. Infatti, dalla lettura delle esperienze sui diritti degli agricoltori inviate nei mesi scorsi dagli Stati e dai vari portatori d’interesse, emerge chiaramente che esistono ancora mondi e visioni molto lontane tra Nord e Sud del mondo, forse inconciliabili tra loro. Da un lato i Paesi industrializzati -Germania, Stati Uniti, Canada e Francia in testa-, che considerano tali diritti risolti nelle loro economie, dato che gli agricoltori possono comprare sul mercato sementi fornite da un buon numero di ditte sementiere private, e, quindi, in sostanza, non prevedono nessuna politica positiva in tal senso. Dall’altro i Paesi del Sud, che nel riportare le loro pratiche raccontano di progetti di coinvolgimento degli agricoltori nell’innovazione varietale, di case delle sementi e di iniziative di sostegno a quelli che definiamo sistemi sementieri informali, e vorrebbero dare una dignità e un riconoscimento a tutto ciò nelle politiche internazionali e di sviluppo.

Questo novembre, ovviamente, il nodo non sarà sciolto. Sarà solo una tappa di un più lungo negoziato in cui la posta in gioco è definire il modello di innovazione per l’agricoltura di domani. Chi avrà accesso alla diversità conservata, chi potrà innovare per produrre nuove varietà? Quali diritti saranno messi su queste varietà? Diventa, così, evidente che la discussione sui diritti degli agricoltori non è solo un problema dei piccoli agricoltori del Sud del mondo, ma riguarda la nostra società nel suo complesso. Non si tratta di concedere altri diritti di proprietà a singoli agricoltori, ma di tradurre tali diritti in politiche di sviluppo che sostengano altre traiettorie possibili per l’agricoltura e la ricerca al di là dell’unico modello definito finora dalla nostra modernità, basato su monocoltura, specializzazione e industrializzazione. Questa modernità, infatti, ha dimenticato completamente l’importanza del lavoro incrementale e informale nell’innovazione attuato dagli agricoltori, attribuendo diritti individuali di proprietà intellettuale sempre più esclusivi sulle sementi, dalla privativa vegetale ai brevetti. Uno degli effetti collaterali è che invece di promuovere l’innovazione la stiamo soffocando, togliendole l’ossigeno di cui ha bisogno per svilupparsi: lo scambio fisico e simbolico tra soggetti e tra generazioni delle sementi e dei saperi ad esse legati. I diritti di proprietà intellettuale stanno bloccando questo scambio: in nome dell’interesse economico di breve periodo delle ditte sementiere multinazionali, sempre meno e più oligopolistiche, stiamo perdendo di vista l’interesse generale di tutti nel lungo periodo. Ecco perché quanto discusso alla FAO a novembre tocca un po’ anche noi.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it/

 

trety