Signor Primo ministro incaricato, ci dia UN vero ministro dell’agricoltura.


Non vogliamo essere tediosi ma, ancora una volta, e speriamo con miglior risultato delle ultime tre nomine, vorremmo avere un ministro dell’agricoltura che fosse all’altezza della responsabilità del primo comparto produttivo del Paese per numero di addetti, di un settore che malgrado le crisi ripetute negli ultimi 30 anni ha saputo resistere e continuare ad essere la prima agricoltura europea (a pari merito con la Francia).

Non vogliamo un “ministro dell’agricoltura contadina” - anche se ci piacerebbe che un governo si accorgesse che in Italia il sistema agricolo è complesso, diversificato e plurimo – ma un/una ministro/a che non sia il segretario del segretario di un partito o che confonda l’agricoltura con il turismo. Un responsabile del dicastero che passi più tempo ad ascoltare quello che si muove nelle campagne, riconoscendo la diversità dei modelli agricoli e l’evidente crescente vantaggio di quelli agroecologici fondati sul lavoro, piuttosto che su una montagna di investimenti difficili da recuperare. Che non lasci alle lobby interne il MIPAAF (e non MIPAAFT per favore), molto ben strutturate e poderose, la guida della politica agricola nazionale. Che dire ad esempio delle posizioni prese dai rappresentanti dell’Italia in seno a trattati internazionali obbligatori (TTIP, o recentemente trattativa su MERCOSUR o nel trattato internazionale sulle risorse genetiche per l’agricoltura - ITPGRFA) che contraddicono, ad esempio la nostra legislazione sugli OGM , legislazione che da quasi 20 anni ci consente di difendere il valore aggiunto della qualità “made in Italy”?

Noi, contadini – -– siamo ancora, piaccia o no – l’agricoltura italiana: un milione di aziende. Solo per ricordare ad esempio che, al contrario, le aziende prese a modello di modernità, quelle che occupano più di 10 ULA realizzano meno del 5% del valore aggiunto dell’agricoltura? E poi c’è da chiudere il negoziato sulla PAC. Non chiediamo molto, non chiediamo “più soldi”.

Chiediamo giustizia: i fondi pubblici siano equamente redistribuiti premiando il lavoro, la sostenibilità sociale e ambientale e non gli ettari. Che bisogno c’è di dare milioni di euro ad aziende che hanno fatturati per decine di milioni di euro e vivono di contoterzismo e lavoro stagionale (spesso illegale al limite della schiavitù)? 

Professor Conte, non la bombarderemo di twitter, di selfie o di “mi piace”, anche perché dove viviamo noi il cellulare spesso non ha connessione ed internet ha difficoltà a funzionare, le
chiediamo che quando sceglierà il ministro/a dell’agricoltura si ricordi che sta decidendo anche il futuro di quei circa 3,5 milioni di persone che a tempo pieno, parziale, legale o illegale ogni giorno mandano avanti la nostra agricoltura, producendo cibo, cultura e socialità, sovente nelle zone più difficili del Paese.

Buon Lavoro.... Ne abbiamo bisogno.