Nato a Castelraimondo (Macerata) il 29 maggio 1866 e morto a Roma il 23 gennaio 1942, Nazareno Strampelli fu, insieme a Francesco Todaro (1864-1950), uno dei principali artefici del rinnovamento della granicoltura italiana della prima metà del Novecento.
Laureato in Agraria a Pisa nel 1891, dopo aver trascorso i primi dodici anni della sua attività professionale dedicandosi alla ricerca universitaria e all’insegnamento, Strampelli avviò, nel 1903, un ambizioso programma di miglioramento genetico vegetale combinando i principi tradizionali della selezione genealogica con quelli dell’ibridismo, appena rilanciati in quegli anni, anche in Italia, dalla riscoperta delle leggi di Mendel.
Alla Stazione sperimentale di granicoltura di Rieti, grazie all’impianto di una vera e propria filiera che dalla sperimentazione conduceva fino alla commercializzazione della semente, Strampelli riuscì a superare le difficoltà inizialmente incontrate e ad affermarsi attraverso la costituzione di varietà di frumento resistenti alle ruggini e all’allettamento che culminerà, agli inizi degli anni ’20, con il rilascio dei famosi “Grani della vittoria”, impiegati dal regime fascista fin dal 1925 come vera e propria arma di propaganda nell’ambito della celebre “Battaglia del grano”.
Per l’Italia, la conseguenza del circolo virtuoso innescato a Rieti dal genetista marchigiano sarà notevole: raddoppio della produzione nazionale di frumento tenero a fronte di un modesto aumento della superficie coltivata.
Per Strampelli, il colpo di fortuna (o di genio?) fu quello di aver puntato, già un secolo fa, sul modernissimo e attuale concetto di biodiversità, avvalendosi, ai fini sperimentali, di varietà di frumento provenienti da ogni angolo del globo. Anticipando il lavoro del premio Nobel Norman Borlaug (1914-2009), che pure dovrà all’impiego di varietà esotiche a bassa taglia il successo delle sue High Yielding Varieties di frumento, Strampelli fu capace di riunire, nelle sue rivoluzionarie varietà di grano tenero, la riduzione della taglia e l’insensibilità al fotoperiodo, possedute dal grano giapponese “Akakomugi”, alle prerogative di resistenza alle ruggini del vecchio “Rieti originario”, realizzando un capolavoro dietro l’altro e gettando le basi della moderna granicoltura mondiale.
Se consideriamo che la stragrande maggior parte delle varietà di frumento oggi coltivate in tutto il mondo presenta almeno una delle creazioni di Strampelli nel proprio pedigree, non è esagerato affermare che il grano di tutto il pianeta “parla italiano”.

Sergio Salvi